il blog di luigi sarto

Gli incontri più importanti sono già combinati dalle anime prim'ancora che i corpi si vedano. Generalmente, essi avvengono quando arriviamo a un limite, quando abbiamo bisogno di morire e rinascere emotivamente.

Gli incontri ci aspettano, ma la maggior parte delle volte evitiamo che si verifichino. Se siamo disperati, invece, se non abbiamo più nulla da perdere oppure siamo entusiasti della vita, allora l'ignoto si manifesta e il nostro universo cambia rotta. (Paulo Coelho da "11 Minuti")

martedì 12 gennaio 2016

La cosa più difficile da gestire è stata sempre la mia sensibilità eccessiva.

La cosa più difficile da gestire è stata sempre la mia sensibilità eccessiva.


La cosa più difficile da gestire è stata sempre la mia sensibilità eccessiva. Anche se il sentire troppo si sarebbe rilevato in qualche modo la mia carta vincente, la mia fortuna più grande, la sola mia qualità a rendermi davvero speciale, per anni non avrei mai voluto averla, quella sensibilità così ingombrante.
Ricordo che a dieci anni tutto quello che sentivo poteva farmi così tanto male da farmi desiderare la morte come unica via d’uscita. Anelavo la fine di tutto, con minuzia di particolari progettavo già a quell’età nei miei pensieri come me ne sarei andato, la lettera d’addio che avrei scritto ai miei genitori, il giorno del mio funerale. L’unica cosa che mi sarebbe dispiaciuta era il non poter essere lì, a vedere le persone piangere dietro il carro funebre che mi accompagnava per la mia ultima dipartita, tutti lì a piangere e a disperarsi per non avermi capito.
Il fatto è che a dieci anni ero io a non capire che quella mia ultrasenisibilità era una caratteristica troppo sofisticata per essere compresa dalle persone che erano intorno a me, che facevano parte della mia vita e che mi volevano bene. Compresi i miei genitori. Mi era capitata addosso chissà da dove, chissà infilata in quale cromosoma questa capacità di sentire eccessiva, di sentire tutto troppo sulla mia pelle, di lasciarmi stravolgere a volte da ciò che mi capitava intorno.

Non avevo nemmeno scoperto a quell’età la dolce lusinga che non salva ma lenisce la sofferenza della lettura. Non sapevo cosa significasse leggere un libro, un romanzo, o magari un saggio di facile lettura sulla sensibilità, sulla psicoterapia, sull’amore di se stessi. Leggevo solo i libri di testo delle medie e più avanti delle superiori, ma senza nemmeno troppo interesse. Quello che mi serviva per andare avanti con profitto a scuola cercavo di assimilarlo di mattina durante le ore di lezioni. Quello che invece io cercavo era una soluzione a tutto quel mio sentire. Quello che io  volevo era smettere di soffrire per ogni cosa, essere finalmente leggero, felice, sereno. Non sapevo qual era però la strada, né a chi chiedere aiuto. Provavo il più delle volte a spiegare a mia mamma quel mio stato d’animo che io definivo “tristezza”, ma mia mamma diceva che non avevo ragione di essere triste e di pensare ai bambini poveri dell’Africa.

Da "Un bene prezioso" il mio nuovo romanzo

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